La morte nella stanza

Oggi ho rivisto la morte.

Non mi riguardava direttamente, ma era li, in un letto di ospedale, in un povero vecchio tutto grinze e letto antidecubito d’ordinanza.

Stavo accompagnando un amico che doveva essere ricoverato, proprio in quella stanza, e quando siamo entrati l’aria era già pesante.

Lui era li, solo, grigio in pelle, quel grigiore inconfondibile, con le mani e le labbra giù scure.

Siamo entrati con i barrellieri ed un infermiere, ma tutti pensavano al nuovo arrivato.

Io stavo quasi per fare un cenno all’infermiere, giusto per fargli notare che, quel paziente, di pazienza ne aveva già avuta fin troppa.

L’infermiere per un attimo mi ha preceduto, l’occhio gli è caduto su quel povero vecchio ed ha pensato che doveva inventarsi qualcosa. Non per quel povero vecchio, che ormai poverino non aveva più bisogno di nulla, ma per se stesso, per la sua categoria e un pochino per noi, involontari spettatori.

Così è cominciata una specie di farsa, quasi comica. Fatta di tentativi di rianimazione assolutamente poco convincenti su quello che era palesemente non rianimabile. Massaggio cardiaco, respirazione assistita, carrelli di emergenza che entravano e uscivano.

Dovevano essere fatti, non ne dubito.

Il poverino non aveva parenti accanto, nessuno che gli fosse vicino a stringergli una mano quando è morto per davvero.

Era da solo, in quella stanza di ospedale, è morto senza che nessuno se ne accorgesse.

Noi ci credevamo, alla rivoluzione…

Quando ero giovane, tanti decenni fa, credevo che una rivoluzione era possibile.

Lo credevamo in tanti, chi da una parte, chi dall’altra.

Qualcuno, come me, ha vomitato tanto, e ne è uscito. Schifato.

Qualcuno si è fatto prendere la mano, ed ha cominciato a sparare. Tanti sono finiti in galera, o sono scappati, qualcuno è stato massacrato di botte. Qualcuno ci ha lasciato la pelle.

Tanti hanno rincorso una carriera politica, inseguendo il sogno di poter cambiare le cose da dentro il sistema.

Ora, le facce di allora, gli amici della birreria e delle sedi di partito, sono sui giornali. Non hanno sparato, non hanno ucciso nessuno.

Molto peggio, hanno ucciso i sogni di tanta gente, hanno tolto la possibilità di una vita decorosa agli stessi che li hanno votati, depredandoli vigliaccamente.

Ora, senza vergogna alcuna, rincorrono una conferma.

Sono gli stessi che hanno ereditato il potere dai loro predecessori, quelli stessi che avrebbero voluto combattere, quando ancora gli ideali contavano qualcosa.

Sono gli stessi che hanno impoverito una nazione, che l’hanno messa in ginocchio, per il loro tornaconto. Gonfi di quella fastidiosa arroganza che arriva dalla sicurezza di farla franca, comunque, in un modo o nell’altro.

Meschine marionette in mano a poteri ancora più grandi.

La rivoluzione ha vomitato i suoi figli.

Santa Lussia la vien de note

Quando ero bambino, a Verona, ancor prima di Babbo Natale e la Befana, c’era la notte di Santa Lucia.

Una notte magica.

La notte tra il 12 e il 13 dicembre, Santa Lucia entrava nelle case dei bambini buoni e portava loro dei regali. Chi diceva che passava da un buco nel soffitto, che si richiudeva velocissimo, altri che lasciava i regali davanti alla porta, se gli facevi trovare del latte e del fieno per il fido asinello Gastaldo.

Pochi regali, nel mio caso, perché i miei si potevano permettere poco, ma a un bambino basta davvero poco per giocare ed essere felice. Ai bambini meno buoni toccava il carbone, ma alla fine era buono pure quello, dolcissimo.

Era una delle rare notti in cui si andava a letto presto, di corsa, perché se la santa arrivava e trovava qualche bimbo sveglio erano guai. Niente regali, ma peggio ancora tanta cenere negli occhi, fino a rimanere ciechi.

Santa Lussia la vien de note, con le scarpe tute rote, col capel a la romana, Santa Lussia le’ to’ mama

Santa Lucia era cieca, e la tradizione vuole che a questa santa si votarono le mamme dei bambini che, in epoca imprecisata, furono vittime di un’epidemia sconosciuta che colpiva gli occhi, che portava alla cecità. Naturalmente l’intervento della santa fu provvidenziale, e di qui la festa.

In dicembre, attorno all’Arena di Verona, ci sono i banchetti di Santa Lucia. Ora c’è di tutto e di più, una volta erano praticamente solo regali per bimbi e dolciumi. O forse eravamo noi bimbi che vedevamo solo quelli…

Nebbia

Colline di Vignola con la nebbia

In genere non ricordo i sogni che faccio, tanto che alle volte vengono pure dei dubbi sul fatto che si sogni ogni notte.

Quelle poche volte che mi ricordo un sogno, ultimamente è sempre immerso nella nebbia. Magari luoghi e contesti diversi, diverse anche le persone, ma tutti avvolti dalla nebbia.

Sono andato a spulciare nei vari siti che raccontano il significato dei sogni, ed a parte qualcuno che cerca di far buon viso a cattivo gioco per  tutti è un sintomo di disagio. In effetti sto vivendo un lungo periodo di disagio, da troppi mesi ormai.

Dovrei andare a cercarmi la nebbia nella cabala, magari me la gioco al lotto…

Uscita obbligatoria

Arsenale di Verona - Uscita pedoni

Ci sono storie in cui il finale lo decidi tu, o almeno ne sei protagonista attivo. Altre invece che ci sei dentro tirato per i capelli, senza possibilità o quasi di intervenire, che è tutto sbagliato, che vorresti cambiare le cose ma non puoi. Poi ci sono quelle che è tutto già segnato, e non puoi far altro che indirizzarti mestamente verso la via d’uscita, obbligatoria.